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mercoledì 30 maggio 2012

I soldi della parata del 2 giugno ai terremotati: scriviamo al Presidente della Repubblica


Egregio Presidente Giorgio Napolitano
Lei ha chiesto ai giovani di aprire porte e finestre, anche qualora le trovassero chiuse.
Le chiediamo con tutto il rispetto di dare l’esempio: apra porte e finestre alla solidarietà; trasformi il 2 giugno da festa della Repubblica militare a festa della Repubblica solidale.
Annulli la parata, che l’anno scorso era costata 4,4 milioni di euro e che secondo il ministero della Difesa quest’anno costerà quasi 3 milioni di euro.
Quei denari siano investiti in opere di solidarietà con la popolazione stremata dal terremoto e quei contingenti chiamati a sfilare vengano utilizzati nelle zone bisognose di aiuti.
#sipuòfare: nel 1976 la parata fu sospesa in occasione del terremoto del Friuli.

venerdì 25 maggio 2012

Programma di Syriza


1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.
2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.
3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.
4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.
5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.
7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.
8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.
10. Tagliare drasticamente la spesa militare.
11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).
12. Utilizzare edifici del governo, delle banche e della chiesa per ospitare i senzatetto.
13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.
14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.
15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.
16. Aumentare i sussidi per i disoccupati. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.
17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.
18. Nazionalizzazione delle banche.
19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).
20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
21. Parità salariale tra uomini e donne.
22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.
23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.
24. Recuperare i contratti collettivi.
25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.
26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.
28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.
29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni. Cambiare i corsi per poliziotti in modo da mettere in primo piano i temi sociali come l’immigrazione, le droghe o l’inclusione sociale.
30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.
33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).
35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.
36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.
37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.

Giù le mani dall'articolo 18!


redazionale
Il ddl lavoro che questo Parlamento si accinge a discutere e ad approvare scardina l’ultima garanzia dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, che neppure i governi Berlusconi erano riusciti a cancellare. Se passa la controriforma l’obbligo della reintegra del lavoratore ingiustamente licenziato non ci sarà più. La reintegra diventerà un caso “estremo e improbabile”.
Nella stragrande maggioranza dei casi, le lavoratrici e i lavoratori che subiranno un licenziamento giudicato illegittimo, non potranno riottenere come sarebbe giusto il proprio posto di lavoro. Nonostante il giudizio di illegittimità.
Non è un’aberrazione? La reintegra viene di fatto abolita per il licenziamento illegittimo a cui il datore di lavoro apporrà l’etichetta di licenziamento disciplinare, perché le ipotesi previste per il diritto alla reintegra sono del tutto marginali. Viene di fatto abolita per il licenziamento illegittimo a cui il datore di lavoro apporrà l’etichetta del motivo economico, perché la “manifesta insussistenza” è di fatto indimostrabile e comunque nemmeno in quel caso la reintegra sarà un diritto, ma solo una possibilità. Viene di fatto abolita per i licenziamenti privi di motivazione. Mentre è gravissima la manomissione delle garanzie procedurali nei licenziamenti collettivi. La cancellazione del diritto alla reintegra apre le porte ad arbitri senza precedenti nel rapporto di lavoro, facendo venire meno il valore deterrente dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in un paese che ha già oggi un livello di protezione, una “rigidità in uscita” inferiore alla media europea secondo gli indici OCSE. Contemporaneamente il ddl lavoro non solo non cancella nessuna delle tipologie di lavoro precario, ma equipara di fatto i contratti a termine e il lavoro in somministrazione al contratto a tempo indeterminato, con l’abolizione delle causali giustificative. A questo si aggiunge la riduzione drastica della copertura degli ammortizzatori sociali, i cui effetti si combinano in maniera micidiale con la controriforma delle pensioni. La precarietà diventerà condizione generale: le lavoratrici e i lavoratori adulti ed anziani espulsi nella crisi dai posti di lavoro, dovranno competere con i loro figli e le loro figlie per un posto precario. Ci opponiamo e ci opporremo a questa controriforma. Con le mobilitazioni oggi, con il referendum domani se dovesse passare.

mercoledì 23 maggio 2012

Giovane, comunista e con il 72 per cento dei voti. La svolta di Palagonia


di Claudia Campese e Salvo Catalano
«Non è solo una questione politica. E’ soprattutto una rivoluzione culturale. La gente è stanca e in Valerio vede il riscatto». Matita alla mano, i cittadini di Palagonia, comune in provincia di Catania, hanno portato la rivoluzione in paese. Scegliendo in massa come nuovo sindaco Valerio Marletta: «giovane, istruito e comunista».
Questa la definizione che ne danno i suoi concittadini di tutte le età. Il 32enne di Rifondazione comunista, appoggiato anche dall’Idv, ha vinto al ballottaggio con il 73,43 per cento delle preferenze. Una svolta nel piccolo comune siciliano, roccaforte della destra, commissariato due volte per questioni finanziarie e con un ex primo cittadino – Fausto Fagone, sindaco come già il padre e il nonno prima di lui – imputato a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa. Un Comune con un buco di bilancio di 20 milioni di euro e un’evasione fiscale superiore alla media. «Fino a oggi ho visto l’amministrazione comunale come un’istituzione chiusa che pensa per sé – spiega un giovane palagonese – Adesso sento che le cose cambieranno». E con lui il paese tutto. Che, all’arrivo dei risultati elettorali esplode di gioia. C’è chi piange, chi intona “Bella ciao”, chi parla di liberazione. Caroselli e bandiere rosse per le strade. Un fiume di gente si riversa nell’aula consiliare, per un’occupazione simbolica, neosindaco in testa. «Valerio uno di noi», urla la folla. In piazza si balla e si brinda fino a notte. Tutti diventati improvvisamente comunisti?

«Chi non ha esperienza di vita non può governare e loro sono troppo giovani», diceva pochi giorni prima del ballottaggio lo sfidante Francesco Di Stefano, commercialista cinquantenne. «Il futuro è nelle loro mani», rispondevano i cittadini. Che ieri hanno visto salire sul palco i loro futuri amministratori. Quasi tutti giovani e giovanissimi, ma non senza esperienza. Come Salvo Grasso, 23 anni e piercing alla lingua: è lui il primo consigliere eletto al primo turno con la lista di Marletta, Palagonia bene comune (Rifondazione comunista e Italia dei Valori). «Da anni svolgiamo un lavoro dal basso insieme agli studenti e ai lavoratori – dice – la gente lo sa e questo alla fine ha pagato». Giovane come metà degli assessori designati: Laura Laganà, 25 anni, che gestirà le politiche sociali e Nicola Giaquinta, 35 anni, a cui saranno affidate le iniziative culturali. Giovani ma già politici come lo è il sindaco: 32 anni, da quattro è membro del consiglio provinciale in quota Rifondazione comunista. Una storia personale che lo lega anche a Catania dove – prima dell’elezione – ha vissuto per dodici anni, prendendo parte a diverse esperienze di attivismo sociale e politico.
«Fino a qualche giorno fa dicevamo che c’era paura, vedendo la responsabilità che stavate per affidarci – dice Marletta in piazza, appena diventato sindaco – Adesso siamo pronti». Ma la strada è tutta in salita. Le casse comunali sono vuote e gli interventi di cui il paese ha bisogno tanti e costosi. «Partiremo con delle iniziative quasi a costo zero – spiega – ma che possano ridare fiducia alla gente». Tra tutte, la prima delibera promessa: l’adesione alla rete Rifiuti Zero. «Siamo gli unici in provincia di Catania a non fare la raccolta differenziata. A Palagonia è sempre sembrata impossibile a causa delle infiltrazioni mafiose anche nella gestione delle discariche». E poi il wi-fi libero – «per garantire a tutti l’accesso alle conoscenze» – e una serie di spazi autogestiti, per i giovani e non solo. Questo il programma del «sindaco di tutti e non solo dei compari».
Un volto pulito per un’amministrazione passata negli anni di padre in figlio, «da cui persino i commissari scappano» e il cui nome appare di continuo nelle pagine dell’indagine Iblis, sui presunti intrecci tra mafia, politica e imprenditoria in provincia di Catania. Un volto che i palagonesi sperano non venga sporcato. «Qualsiasi tentativo di infiltrazione e minaccia non ci troverà da soli ad affrontarla – rassicura Marletta – ma l’intera comunità di Palagonia». Che ieri ha dimostrato di voler stare vicina al suo sindaco. «Ormai – dicono i cittadini con gli occhi lucidi – ci siamo liberati».
da ctzen.it

martedì 22 maggio 2012

Oggi la più grande azienda della camperistica, la Trigano, è scesa in sciopero spontaneo, dopo una travagliata trattativa in cui l'azienda ha ricattato i lavoratori con l'incredibile scelta fra 110 licenziamenti e la rinuncia al contratto aziendale (molto più avanzato di quello nazionale) che era stato ottenuto diversi anni fa con due settimane di sciopero e di battaglia.
Gli RSU trigano (di cui alcuni sono compagni iscritti) hanno distribuito a Poggibonsi un volantino in cui chiedono agli EELL ed ai partiti di muoversi ed intervenire nella questione......
Credo sia nostro dovere mobilitarsi come circoli, come federazione, come gruppo regionale ecc. per difendere una delle principali realtà produttive della Valdelsa, nonchè una delle realtà di "avanguardia" dal punto di vista politico e sindacale.




Di seguito il testo del volantino distribuito stamani al mercato di Poggibonsi:

I LAVORATORI TRIGANO IN SCIOPERO
per ottenere il rinnovo del contratto di solidarietà, ammortizzatore sociale che potrebbe scongiurare il licenziamento di 110 dipendenti.

per dire no al ricatto aziendale che lega tale rinnovo all'accettazion di alcune condizioni, tra cui: riduzione di salario, recuperi di efficienza (che vanno a peggiorare le condizioni di lavoro e ad aumentare ancor di più gli esuberi), rinuncia alla contrattazione aziendale...

Nel momento in cui la crisi assume aspetti devastanti, si nega da parte delle aziende il ricorso agli ammortizzatori sociali (CIGO, CIGS, Contratti di Solidarietà), preferendo licenziare i dipendenti.

Noi diciamo BASTA ai lavoratori che si suicidano perchè lasciati senza lavoro e senza assistenza; chiediamo alle istituzioni ed ai partiti politici, visto che hanno istituito anche ammortizzatori sociali in deroga, ritenendoli strumento utile, di rendersi parte attiva nel far si che vengano adoperati, a maggior ragione laddove previsti!

R.S.U. TRIGANO S.p.A.

Manifestazione Pubblica contro la devastante riforma Fornero

                                           Circolo G.K.Zhukov


                    

Vince la sinistra che guarda a sinistra


redazionale
Dobbiamo partire dall'inequivocabile per avere una chiara visione, una distinta analisi di ciò che è avvenuto con queste elezioni amministrative. Se al primo turno erano evidenti delle linee di comportamento dell'elettorato, al secondo turno sono diventate lampanti le scelte fatte sulla base della ormai purtroppo consueta costrizione a scegliere tra i due "concorrenti" rimasti in gara. La truffa del doppio turno è finalmente così evidente che nessuno potrà dire: "E' solo un'interpretazione".

A Genova, Marco Doria, candidato di sinistra per il centrosinistra vince con un ampio distacco su Musso del PDL, con un 59% dei voti che lo qualifica quindi sindaco di Genova a tutti gli effetti, ma il dato terribile è quello dell'astensionismo: nella vecchia città della Lanterna sono andati a votare solamente 39 cittadini su 100. Questo vuol dire che la democrazia viene sacrificata sull'altare delle scelte di rappresentanza e in quei bizantinismi che per oltre vent'anni si sono protratti fin dal referendum di Segni del 1992 quando solo un 8% di italiani decise di opporsi alla fine del sistema proporzionale visto come la fonte di ogni disgrazia del Paese.
Anche quella fu antipolitica, fu un tassello di un più vasto disegno di rivalutazione delle istanze repubblicane, di tenuta della democrazia con tutto il suo tessuto sociale che sarebbe stato, di lì a poco, attaccato senza alcuna pietà e senza alcuna sosta attraverso i governi Berlusconi, D'Alema, Amato con inciampi imperdonabili anche nei brevi intermezzi dei governi di Romano Prodi.
Da questa tornata elettorale, emerge dunque il dato dell'insufficienza di questo sistema elettorale che allontana dalle cabine e dai seggi e che allontana, dunque, dalla partecipazione in forma di delega. Una riforma nuovamente impostata sul bipolarismo sarebbe una evidente miopia politica, un perseverare nell'errore di ignorare la richiesta dei cittadini di vedere superato questo manicheismo, questa divisione tra scelte duali e non plurali oltre il confronto tra gli ultimi rimasti a combattere per il posto da sindaco.
Il dato politico di Genova si lega a quello di Palermo fino a quello più piccolo demograficamente, ma di grande importanza simbolica, del comune di Palagonia. Marco Doria, Leoluca Orlando che letteralmente surclassa Ferrandelli e batte quindi un centrosinistra che non sa rinnovarsi (proprio come accade a Parma dove i grillini conquistano una città amministrata da dieci anni dalle destre...) e che ha dato una pessima prova nella vicenda delle primarie, per arrivare a Palagonia dove il giovane Valerio Marletta, un compagno, un nostro compagno di Rifondazione Comunista, viene eletto sindaco con il 73% dei voti.
Proprio nei giorni seguenti al terribile attentato di Brindisi, i siciliani di Palermo, di Palagonia e di Agrigento dicono a tutta l'isola che c'è una possibilità di invertire la tendenza, di cambiare rotta, di rivolgersi alle forze sane della società e della politica. Forze che cominciano a rovesciare il dominio incontrastato delle destre democristiane che hanno tenuto sotto scacco il mondo istituzionale per tutto l'arco temporale del dominio berlusconiano.
La vittoria di Leoluca Orlando è la vittoria del rinnovamento. Così lo è quella di Marco Doria e così lo è ancora di più quella della piccola Palagonia, dove davvero il simbolismo diventa accecante perché si va nel cuore di una Sicilia inesplorata dalle forze progressiste e di sinistra. Dove il coraggio delle compagne e dei compagni di Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra ha scavalcato ogni pregiudizio e ha vinto sul pregiudizio politico, su quello sociale e perfino su quello morale. Chi osa sfidare la mafia si scontra anche contro questo tipo di morale contro un'altra morale.
Mentre tutto questo scenario complesso si compone, mentre possiamo con tutta onestà ed evidenza parlare di una vittoria delle forze del centrosinistra in queste elezioni amministrative, parimenti possiamo dire che la Lega Nord e il PDL sono i grandi sconfitti: la prima perde sette comuni su sette. Una debacle. Il secondo riconosce la sconfitta per bocca del segretario Alfano e annuncia un cambiamento di strategia e persino di nome.
La sinistra comunista ha quindi il compito di proporre all'intero centrosinistra un rinnovamento che verta su candidati progressisti, non necessariamente di centro, ma appunto progressisti. Non necessariamente comunisti, ma progressisti. Insisto su questa parola perché solo con un programma di rinnovamento progressista, con un programma apertamente di sinistra potremo dare un seguito al vento favorevole di queste elezioni che, è bene non dimenticarlo, ci vede ancora, come Federazione della Sinistra, in una posizione di retroguardia, di difficile presa sulla coscienza della gente.
Noi siamo presenti in moltissime lotte: operaie, studentesche, ecologiste, sociali, antifasciste, antimafia... la lista sarebbe molto lunga. Eppure la nostra protesta, la nostra voce di protesta non arriva a quell'ampio spettro di popolazione che potenzialmente dovrebbe sentirsi tutelata dai comunisti e dalla sinistra. Dobbiamo recupare non tanto dei consensi, quanto una credibilità che poggi sulla consapevolezza proprio di ciò che possiamo fare e di ciò che invece non possiamo.
Avere questa consapevolezza significa lavorare per spostare a sinistra l'asse dell'azione politica ovunque sia possibile e rivendicare sempre condizioni di miglioramento per i diritti sociali e civili, per la compatibilità ambientale, contro ogni ingiustizia, contro ogni potere che prevarica, contro ogni qualunquismo e populismo.
Rifondazione Comunista, dunque, può ancora essere un volano per questa sinistra. La fase della resistenza forse non è ancora finita, ma dobbiamo ora entrare con forza, entusiasmo e vigore nella fase della ricomposizione dei valori, dell'unità plurale, senza costrizioni, ma solo con condivisioni. Si apre una nuova stagione. Non sprechiamone le potenzialità.

Base e simpatizzanti di Sel festeggiano con Orlando


di Giulio Ambrosetti
Nel quartiere generale di Leoluca Orlando, stasera, a festeggiare la vittoria del nuovo sindaco di Palermo ci sono tanti dirigenti e soprattutto militanti di Sel di Vendola. La cosa è un po’ insolita, perché questo partito – o meglio, i vertici di questo partito, contro la volontà della base – hanno sostenuto sia al primo turno, sia al ballottaggio Fabrizio Ferrandelli.
Ma, per l’appunto, la base non ha seguito il partito e ha votato in massa per Orlando.
Difficile parlare con loro. Tutti hanno qualcosa da dirci. Tutti sono felici della vittoria di Orlando. Ma tutti hanno molto da recriminare verso la gestione del partito. Decidiamo, così, di raccogliere da tutti le testimonianze. Il ragionamento che segue è, quindi, un ragionameto comune di tutti quelli che stasera festeggiano con Orlando.
Questi dirigenti e militanti di Sel chiedono, in primo luogo, le dimissioni del segretario regionale del partito, Erasmo Palazzotto, e del segretario del partito a Palermo, Sergio Lima. Questi due dirigenti – ci dicono in coro i tanti iscritti e militanti – non hanno saputo interpretare la volontà della base del partito. La loro è stata una gestione verticistica e politicamente suicida.
Va detto – ad onor di cronaca – che questi dirigenti e militanti di Sel hanno contestato subito la scelta adottata dal partito, quando ha deciso di non appoggiare Orlando e di appoggiare Ferrandelli al primo turno. Ci ricordano che in un’assemblea del partito hanno, già allora, detto “no” a un’opzione che sembrava “scellerata”.
“Noi – ci dicono in coro – eravamo già allora e siamo ancora oggi contrari a un’alleanza del nostro partito con il Pd di Antonello Cracolici e Giuseppe Lumia.Lo abbiamo detto e ribadito a chiare lettere. Non ci piace la loro linea politica. Non ci piaceva e non ci piace l’idea di trovarci alleati del presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo. Nell’operare questa scelta Palazzotto e Lima si sono assunti una grave responsabilità politica”.
Facciamo notare che la scelta di appoggiare Ferrandelli, Cracolici e Lumia possa essere stata adottata da Nicki Vendola in persona, cioè dal leader nazionale del partito.
“Non è così – ribattono in coro militanti e dirigenti di Sel -. Perché un gruppo dirigente nazionale non adotta decisioni contrarie ai propri dirigenti locali. Il problema sono stati e sono i dirigenti regionali e di Palermo del nostro partito. Sono loro che hanno sbagliato. E sono loro che ne debbono prendere atto e si devono dimettere. Noi chiediamo soltanto il rispetto delle regole della democrazia”.
Tra un abbraccio, un sorriso e tanti applausi ad Orlando e alla sua nuova giunta, militanti e iscritti di Sel di Palermo ricordano che, per colpa dei dirigenti del loro partito, la federazione della sinistra, oggi, non è rappresentata a Sala delle Lapidi, la sede del Consiglio comunale di Palermo. I dati sono lì a dimostrarlo. la federazione dei verdi e della sinistra (Rifondazione comunista) si fermano, al primo turno, al 4,7 per cento. Mentre Sel, insieme con Ferrandelli, supera di poco il 2 per cento. Nessuno dei due gruppi raggiunge il 5 per cento, che è lo sbarramento che bisogna raggiungere per avere accesso in Consiglio comunale.
Divisi, insomma, questi due partiti hanno perso una grande occasione. Insieme, infatti, avrebbero superato senza problemi lo sbarramento del 5 per cento. Considerato il premio di maggioranza, hanno di fatto rinunciato a oltre 12 consiglieri comunali.
Ma, a parte il dato numerico in Consiglio comunale, c’è un dato politico che è ancora più importante. Il Pd di Palermo, alla fine, si è fermato al 7 per cento o giù di lì. E’ probabile che la sinistra unita avrebbe superato il Pd.
E’ stato questo a convincere ‘qualcuno’ a tradire la base di Sel e a spostare il partito su Ferrandelli, Cracolici e Lumia? Forse ‘qualcuno’, che si aspettava il crollo del Pd di Palermo, non voleva che a Palermo prendesse piede un vero partito della sinistra?
Sono domande inquietanti. Ma sono domande legittime. Alle quali i vertici di Sel regionali e di Palermo farebbero bene a rispondere.
da www.linksicilia.it

lunedì 21 maggio 2012

Terremoto: si lavora per garantire strutture ricettive e centri di soccorso


di Irene Bregola
I movimenti tellurici particolarmente intensi che hanno attraversato la scorsa notte il nord Italia hanno colpito duramente la Provincia di Ferrara, dove la terra ha tremato insistentemente. La prima scossa di magnitudo 4.1 si è verificata tra le province di Ferrara, Mantova, Modena e Rovigo all’1.13 di notte. L’epicentro, stando a quanto rilevato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, sarebbe collocabile tra i comuni modenesi di Finale Emilia e San Felice sul Panaro e il  Comune di Sermide nel Mantovano, l’ipocentro a 6,2 chilometri di profondità, dunque molto a ridosso della superficie.
La replica all’1.43 di notte, magnitudo 2.2 e poi nuovamente alle 4.04 la scossa più forte, magnitudo 5.9, avvertita in Emilia Romagna e in gran parte del nord est, con ipocentro a 10,1 chilomentri di profondità, epicentro 36 chilometri a nord di Bologna. Nel ferrarese questa scossa sussultoria, durata all’incirca venti secondi ha prodotto numerosi danni, non ancora quantificati perché la fase di ricognizione è tuttora in corso. Tra strade ed edifici transennati, perché pericolanti, come lo studentato immediatamente sgomberato per evidenti problemi di tenuta della struttura, diversi sono i cornicioni crollati e i monumenti compromessi. Purtroppo nella Provincia il sisma ha prodotto conseguenze ancora più devastanti, particolarmente nell’alto ferrarese, dove a Poggio Renatico è crollata la torre dell’orologio di Castello Lambertini, e a Sant’Agostino la sede del Comune. Tre  gli operai morti nella fabbrica di ceramiche di Sant’Agostino, un’altra vittima sul lavoro nel crollo della Tecopress di Dosso - rispetto a tali cedimenti è già intervenuta la Procura ponendo sotto sequestro gli edifici -  un’anziana ha trovato la morte tra le macerie della propria abitazione, e ad un’altra è stato fatale un infarto probabilmente imputabile al panico. Molti sono gli edifici inaccessibili, le persone ospitate presso le strutture comunali, in attesa della verifica di agibilità delle proprie abitazioni, sono un centinaio nel Comune di Ferrara, circa 200 a Cento, altrettante a Bondeno, circa 150 a Mirabello, 85 a Vigarano, circa 100 a Sant’Agostino, 60 a Poggio Renatico. Nella giornata di oggi chiuse precauzionalmente le scuole, oggetto di un monitoraggio approfondito e gli edifici pubblici, compresi Comune e sede della Provincia, che sembrano aver  riportato danni strutturali. In attesa di altre e presumibilmente importanti scosse di assestamento, l’attività sismica non si è infatti ancora esaurita, si sta lavorando assiduamente per garantire la piena funzionalità delle strutture ricettive e dei centri di soccorso.
Lunedì 21 Maggio 2012

L’Italia del coraggio deve battere l’Italia della paura


di Antonio Igroia
Pur con la cautela dovuta alla delicatezza delle indagini e al riserbo degli investigatori, l’orribile attentato di Brindisi impone alcune considerazioni.
Prima considerazione: chiunque sia il responsabile di un atto criminale così efferato, organizzazione terroristica o mafiosa, ovvero assassino solitario, l’obiettivo era uno, semplice e terribile. Semiare il terrore nel Paese, veicolare una nuova, sottile, paura sociale da aggiungere alle altre paure che si vanno diffondendo. Colpire al cuore il senso più intimo di sicurezza di ogni cittadino, che ha diritto di essere sereno quando manda i propri figli a scuola.

Colpendo un’innocente studentessa si è voluto colpire la gioventù del Paese. Prendendo di mira una delle scuole italiane, si è voluto incrinare ancora la sicurezza collettiva di una comunità nazionale. Ecco perché, chiunque sia stato, non possiamo sentirci  “sollevati” anche se dovesse essere smentita la “pista mafiosa”. Perché l’atto in sé, per la scelta dell’obiettivo, dei tempi e delle modalità esecutive, fa pensare trattarsi, certamente e comunque, di un atto terroristico  con finalità destabilizzanti del senso di sicurezza dei cittadini. Qualcuno sta soffiando sul fuoco.
Secondo elemento:  il fuoco. Il clima che si respira nel Paese deve preoccuparci. Senza voler alimentare eccessivi allarmismi che rischiano di fare il gioco dei professionisti del terrore , non va sottovalutato il diffuso senso di insicurezza che si percepisce, a Nord come a Sud. Prevale nel cittadino medio un costante sentimento di precarietà, che è innanzitutto economica ed esistenziale, di incertezza per il proprio futuro. Se a questo dovesse aggiungersi un crescente senso di insicurezza pubblica, il clima di instabilità nel Paese rischia di montare in modo allarmante. Il risorgere del terrorismo politico, le nuove forme di degenerazione violenta della contestazione sociale, la montante intolleranza ostile al confronto democratico sono fattori potenziali che trovano il loro habitat  naturale nella situazione di incertezza del sistema, di cui sono ingredienti: la crisi economico-finanziaria nazionale ed europea, l’instabilità politico-istituzionale, la disaffezione dei cittadini verso le istituzioni, l’approssimarsi  di importanti scadenze elettorali e la conseguente fibrillazione nel mondo politico-istituzionale. Questi sono i combustibili che giacciono sul fondo del Paese. L’attentato di Brindisi, insieme agli altri fatti delittuosi degli ultimi mesi, apparentemente  del tutto scollegati fra loro, sembrano dimostrare che sono diversi gli attori ben consapevoli di questo contesto “esplosivo”, e pochi sono gli artificieri che vogliono disinnescare e i pompieri che vogliono spegnere il fuoco. Purtroppo, molti sono gli attori interessati ad appiccare l’incendio. Ecco perché bisogna tenere la guardia molto alta. Perché perfino il gesto  stragista di un fanatico può essere usato da altre menti più lucide, ma non meno criminali.
Terzo elemento: il Paese reale. C’è l’Italia che ha paura, una paura sociale ed economica. La paura di perdere il posto del lavoro e nel mondo dell’impresa. È la paura della precarietà. Di fronte alla quale i fomentatori della paura sono in agguato. È qui che covano le strategie collettive ed individuali, patologiche e criminali, per fomentare la paura, anche – perché no?- a colpi di bombe. L’Italia non è nuova a scenari del genere. Scenari apocalittici? Forse , ma è bene stare attenti. Coesi e vigili. Ma anche fiduciosi, perché c’è anche l’Italia del coraggio. L’Italia dei giovani che hanno manifestato ancora contro la mafia e la violenza. Pronti a scendere in piazza nel segno della solidarietà e per la legalità. Giovani forti ed innocenti come la povera Melissa, che diventerà il simbolo di questa Italia. La società perbene pronta a resistere e ad impegnarsi giorno per giorno per un futuro più libero.
Conclusioni: che fare? Perché la paura non diventi panico, perché l’Italia del coraggio prevalga sull’Italia della paura e dei fomentatori del terrore, occorre un rinnovato impegno delle istituzioni per dare fiducia e speranza. Dimostrando fermezza contro ogni forma di sistema criminale, quello della mafia e del terrore, ma anche quello della corruzione. Per conquistare sempre maggiore fiducia nelle istituzioni, per dare ancora più coraggio all’Italia del coraggio. Per preservare la democrazia.
Da L’Unità, lunedì 21 Maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

17 miliardi buttati, lo scandalo dei cacciabombardieri F-35 difettosi


da cadoinpiedi.it
L'ultimo dossier del US Government Accountability Office (la Corte dei Conti americana), reso pubblico il 20 marzo scorso è destinato a scoperchiare la più grande truffa della storia militare americana (e italiana).
Il rapporto è dedicato al programma Joint Fight Striker, ossia la realizzazione dei cacciabombarderi F-35 costata fino ad oggi 170 miliardi, 17 miliardi alla sola Italia.
Il rapporto dei "contabili" di Washington dice una cosa molto chiara e inquietante: la produzione degli F35, compresi i 90 che il nostro governo ha acquistato, è cominciata quando ancora i collaudi dei singoli componenti non si erano conclusi. La conseguenza? I cacciabombardieri sono difettosi.
"Il design dell'F35 - spiega il rapporto - è quasi certamente da rifare, perché l'apparecchio non vola bene, dà scossoni." Esiste "il rischio che l'aereo possa non svolgere le funzioni chiave di combattimento per il quale è stato ideato".
Il Governo italiano ha dunque buttato via 17 miliardi di euro per acquistare velivoli non collaudati. Insomma, un pozzo senza fondo in cui è caduta incredibilmente anche l'Italia e che sposta miliardi di euro di risorse pubbliche dallo stato sociale alle tasche delle industrie belliche.Un bel regalo per l'americana Lockheed Martin, capofila del progetto e per Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica).
Già a dicembre 2011, un resoconto di Aviation week metteva in guardia sulla reale efficacia operativa degli F-35. Dunque, nel febbraio 2012, il governo Monti sapeva, ma ha preferito annunciare che l'Italia avrebbe acquistato solo 90 F35, invece dei 131 inizialmente prenotati.
Mercoledì 16 Maggio 2012

La scommessa di Syriza


di Argiris Panagopoulos
Destra o Sinistra? Syriza o Nuova Democrazia? Una nuova politica economica e sociale o i memorandum? Questo sarà il dilemma vero delle prossime elezioni politiche in Grecia, mentre il leader di Nuova Democrazia, Samaras, ha scelto già la sua linea difensiva decidendo di stare all'opposizione.
Questa mattina i leader dei partiti incontreranno il presidente della repubblica Papoulias per formare il governo che porterà il paese alle elezioni. E dunque allo scontro frontale tra Syriza e Nuova Democrazia.
La coalizione della sinistra radicale insiste sull'unità e cerca di convincere gli altri partiti e formazioni di sinistra, Sinistra Democratica, Kke e Antarsya, i Verdi, sulle possibilità di andare a un governo di sinistra.
Syriza punta a diventare il primo partito greco, conquistare il premio di 50 seggi e formare con le altre forze di sinistra una maggioranza in grado di portare la Grecia fuori dalla politica micidiale che ha prodotto recessione, disoccupazione e disperazione. Per Tsipras il popolo greco ha chiuso con le politiche dei tagli e dei memorandum. Il leader della Sinistra Democratica Kouvelis intanto ha smentito le voci che con i leader di ND e Pasok erano in corso trattative per un governo completamente tecnico.
Samaras non ha potuto unificare le forze conservatrici tradizionali di Nuova Democrazia con i neoliberisti dell'Alleanza Democratica di Mpakogioani Mitsotaki e il partito di Manos, i populisti dei Greci Indipendenti, l'estrema destra di Laos e assorbire parte dei neonazisti di Xrisi Avghi (Alba Dorata). Il fronte conservatore è profondamente diviso e nello stesso momento la leadership di Samaras ha subito un duro colpo per il grande calo di consensi nel voto del 6 maggio. «Ho fatto di tutto per non andare alle elezioni», ha detto ieri Samaras. Il suo scopo ora è convincere gli elettori che Syriza vuole portare la Grecia fuori dall'euro e dalla Ue.
Il crollo del Pasok ha messo in crisi anche la leadership di Venizelos, ma l'approssimarsi di nuove elezioni ha nascosto le contraddizioni interne. Il disastro elettorale ha stravolto i connotati del partito, che da onnipresente si è ridotto a un piccolo gruppo politico senza referenze sociali. In questo contesto è molto difficile per il Pasok riorganizzare le forze e sperare in un aumento anche minimo di consensi. Per Venizelos «il paese va alle elezioni in pessime condizioni, perché qualcuno ha messo sopra l'interesse nazionale l'interesse di partito». Secondo il presidente del Pasok il rifiuto di Syriza e l'insistenza della Sinistra Democratica per la partecipazione di Syriza al governo ha fatto precipitare il paese verso le nuove elezioni. «Abbiamo fatto di tutto per convincere Syriza e Sinistra Democratica a formare un governo di collaborazione, ma invano», ha detto Venizelos.
Per la leader comunista Papariga la soluzione «non è scegliere tra il centrodestra e il centrosinistra», ma sostenere il Kke, «l'unica forza che nessuno può mettere nella sua mano». La segretaria del Kke ha alzato il tiro, evitando indirettamente gli inviti di Syriza per un governo di sinistra e chiedendo, dopo l'uscita dall'Unione Europea e dall'euro, che la Grecia esca subito anche dalla Nato.
Intanto il capo dei neonazisti di Xrisi Avghi Mixaloliakos, ha fatto la sua prima sostanziale marcia indietro sostenendo che c'è stato un equivoco, la pretesa che la gente si alzi in piedi quando lui entra in una stanza non era rivolta ai giornalisti. Mixaloliakos ha spiegato che questo riguarda i suoi. «Non ritiro niente - ha detto a Mega Tv, uno dei maggiori canali privati in Grecia - ma il mio obiettivo non era offendere i giornalisti. Nella prossima intervista potranno restare seduti. Non c'è nessun problema».
Nel frattempo la recessione in Grecia è arrivata al 6,2% per il primo trimestre, secondo i dati dell'Elstat, di fronte al 7,5% del quarto trimestre del 2011, mentre la borsa di Atene ha chiuso perdendo il 3,62%.
da Il Manifesto, mercoledì 16 Maggio 2012

domenica 13 maggio 2012

Manifestazione FdS Roma 12 MAggio

Nel primo video l' intervento di Paolo Ferrero:seg. nazionale P.R.C.


Nel secondo video il corteo, musica e alcuni     
interventi dal palco.


Sotto un articolo dal sito nazionale
  


di Romina Velchi
«Edizione straordinaria, edizione straordinaria: i comunisti ci sono! Edizione straordinaria». Scherza il compagno di Roma impegnato nella diffusione militante del numero speciale di "Liberazione" preparato per l'occasione. Scherza, ma non troppo. Perché veramente ieri a Roma i comunisti c'erano.
Erano tanti, giunti nella capitale da tutta Italia per dire no al governo Monti, alla riforma dell'articolo 18, alla crisi fatta pagare ai soliti noti. «Siamo diecimila»; «Siamo trentamila»; «Siamo quarantamila» si scandisce a tappe dal pullman rosso che apre il corteo: boato e applausi.
È un mare di bandiere rosse già in piazza della Repubblica, intorno alle due del pomeriggio. Il sole è a picco, il primo caldo estivo picchia, ma l'entusiasmo è proprio quello delle grandi occasioni. D'altra parte si tratta della prima manifestazione nazionale della Federazione della Sinistra, per Rifondazione la prima dopo il sofferto congresso di Chianciano del 2008. Si parte. In testa, dietro lo striscione "Gridiamoglielo in piazza - l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro", sfilano i leader della Fds: Diliberto, Ferrero, Salvi, Patta. Ci sono anche alcuni esponenti di Sel (Musacchio, Sentinelli, Gianni) e della Fiom (Cremaschi.) Ma la cifra del corteo la fanno loro, i tanti, tantissimi giovani che con allegria e fantasia riempiono prima via Cavour e poi i Fori Imperiali. Cantano, ballano, si divertono a sfottere i "tecnici", quelli che senza tanti scrupoli li stanno privando del futuro. Cantano Bella Ciao e Bandiera rossa. Indossano magliette rosse: il Che, come sempre, va per la maggiore, ma non mancano falce e martello e stelle gialle, stile "vecchio Pci".
Ottanta pullman hanno portato a Roma compagni e compagne di tutte le età; enorme lo sforzo delle federazioni e non ne manca nessuna: dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia (a loro va un applauso particolare per ricordare a Grillo che invece la mafia uccide eccome). Ecco lo striscione della Federazione di Pisa; ecco quello di Salerno, Reggio Calabria, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, Perugia, Tivoli, Latina, Piacenza: in una parola tutte.
Sfilano l'Unione Inquilini, i palestinesi, famiglie con bambini al seguito, signore avvolte nella bandiera rossa, i lavoratori della Irisbus, i gruppi di acquisto, No Tav e anche il Comitato Peppino Impastato di Monza. Alle quattro il corteo è ancora in marcia, sempre allegro e scanzonato. Alle 16,30 anche la coda entra nella piazza dove si svolge il comizio finale. Volti stanchi e sudati, ma pieni di entusiasmo. Applausi, cori, slogan sottolineano gli interventi dal palco. «Siamo tanti, siamo comunisti». Tutto sembrano fuorché sconfitti. Da ieri qualcosa è cambiato.

mercoledì 9 maggio 2012

ELEZIONI AMMINISTRATIVE: UNA PRIMA LETTURA DEI RISULTATI


di Gianluigi Pegolo
La recente consultazione elettorale amministrativa non può essere derubricata come semplice passaggio politico, alla stregua di altre analoghe consultazioni che si sono tenute in questi ultimi anni. Le novità politiche che si sono prodotte in questa circostanza, infatti, sono di tale portata da gettare più di una luce sulle dinamiche che attraversano il corpo elettorale del nostro paese. Naturalmente occorre avere l’attenzione di considerare il voto amministrativo per quello che è, tenendo conto cioè delle sue peculiarità.
Il primo dato che è stato giustamente messo in rilievo da più esponenti politici e commentatori, è stata la crescita dell’astensionismo, misurabile nell’ordine del  7% circa. Quello che invece è stato messo un po’ in ombra è che il fenomeno presenta differenziazioni sul piano territoriale, essendo più concentrato al nord. Se l’astensionismo riflette una disaffezione alla politica, si può allora sostenere che il centro nord del paese è la parte che oggi è più attraversata da una crisi del senso di appartenenza ai partiti e di sfiducia nelle istituzioni, anche locali. Ciò non significa che al sud, all’opposto, vi sia un più radicato senso delle istituzioni, ma probabilmente che qui la dimensione politico-istituzionale, mediata spesso dal clientelismo e certamente più centrale nella vita sociale, conserva un suo peso maggiore.
Non casualmente, il fenomeno Grillo, altra grande novità di queste elezioni, si distribuisce geograficamente in modo pressoché analogo sul piano territoriale, costituendo, almeno per ora, un fenomeno tipicamente centro settentrionale. La sommatoria dei due fenomeni tende ancora di più a differenziare le dinamiche politiche ed elettorali fra le due principali aree del paese. Sul fenomeno Grillo vi sarebbe molto da dire. E’ chiaro che esso è la risultante di un’azione reiterata di delegittimazione del sistema politico veicolata dai mass media, ma la sua estensione fa pensare a qualche cosa di più. Non può sfuggire l'importanza assunta, a tale riguardo, dalla crisi che percorre il paese sul piano sociale, il senso di delusione di massa che essa produce, lo smarrimento e il senso d’impotenza che si diffonde in assenza di una risposta adeguata.
Astensionismo e grillismo alterano profondamente gli equilibri politici locali. Non si dispongono a oggi di serie analisi sui flussi elettorali che consentirebbero di validare alcune ipotesi, tuttavia quel che è certo è che questi fenomeni hanno come corrispettivo la crisi di gran parte del quadro politico. Dalle elezioni amministrative esce devastato il centro destra, sia nel caso del PdL, che in quello della Lega. Analizzando in prima battuta i comportamenti elettorali nei 26 comuni capoluoghi di provincia, i risultati sono sorprendenti. Il PdL perde rispetto alle precedenti amministrative qualcosa come più della metà dei suoi consensi in termini percentuali, rispetto alle regionali quasi i due terzi. Una tale disfatta non potrà che avere effetti dirompenti e il voto annuncia la possibilità di una grande ristrutturazione nella destra italiana, specie in considerazione del fatto che il centro, del cui successo molti non avevano dubbi, si attesta sulle percentuali delle scorse amministrative e subisce un ridimensionamento rispetto alle regionali.
Tuttavia, non solo Il PdL è scosso da una grave crisi, ma ciò vale anche per  la stessa Lega. Il caso Verona, con il successo di Tosi, resta la classica “rondine che non fa primavera”. Il dato aggregato, infatti, evidenzia una crisi fortissima. Il fatto che in termini di peso percentuale la Lega conservi sul piano amministrativo più o meno la forza di cinque anni fa non modifica per nulla questo giudizio, dato che dal 2007 a oggi la sua crescita era stata di tali proporzioni da non giustificare in alcun modo il livello di consensi ottenuto in questa consultazione. Il confronto più significativo e illuminante è, infatti, quello con le regionali. In questo caso si assiste a un vero e proprio crollo. In percentuale la Lega perde qualcosa come i due terzi del suo peso.
Naturalmente, sia nel caso del Pdl che della Lega nord, all’origine di questa disfatta stanno vicende che rimandano alla fallimentare esperienza del governo Berlusconi. Nel caso specifico della Lega, poi, si aggiunge la vicenda recente sulla gestione delle risorse che ha inferto un duro colpo alla credibilità di un partito che era uscito malconcio e insoddisfatto dall’esperienza di governo.
Le elezioni amministrative, tuttavia, indicano che sui comportamenti degli elettori la crisi agisce e in particolare cresce il rifiuto delle politiche del governo Monti. E, infatti, tutte le forze di governo, seppure in modo molto diverso sono penalizzate. Si è detto del PdL, il cui crollo è rovinoso e della flessione, sebbene non così marcata, del terzo polo, ma anche lo stesso PD non ne esce indenne. E, infatti, a dispetto delle dichiarazioni dei dirigenti di questo partito, il risultato non è tranquillizzante. Il Pd, infatti, subisce una flessione percentuale sia rispetto alle precedenti amministrative, sia rispetto alle ultime regionali. In questo secondo caso la flessione è più consistente giungendo a circa un terzo del peso percentuale. L’elemento che offusca queste dinamiche è il fatto che nonostante questi andamenti, il PD avvantaggiandosi del crollo del centro destra, è in grado di accrescere la propria presenza nelle istituzioni locali, concorrendo con buone possibilità per la conquista della maggioranza delle amministrazioni dei comuni capoluoghi e quindi ribaltando i rapporti di forza a livello locale. Ma si tratta, per l’appunto, dell’effetto di una crisi più marcata degli avversari, che cela comunque  una crescente difficoltà - nonostante le smentite – a reggere una collocazione di governo sempre più penalizzante.
Di per  sé, questo fatto, e cioè la perdita di consensi fra le forze di governo impegnate nel sostegno di scelte dichiaratamente liberiste, non è nello scenario europeo un’anomalia. I casi della Francia e della Grecia sono a tale riguardo indicativi. Il punto è che, a differenza di questi, la dinamica che si produce nel nostro paese non trascina la crescita della sinistra. IdV, SEL, e la stessa FdS, pur presentando risultati più incoraggianti del PD, tuttavia non sfondano. Si può discutere del perché ciò avvenga. E’ chiaro che la scarsa mobilitazione sociale non ha favorito l’affermarsi di posizioni alternative, né i tempi e le modalità della crisi sono eguali a quelli di altri paesi, come nel caso della Grecia. Il PD, inoltre, non presenta ancora uno stato di crisi così accentuato come il PasoK. In ogni caso il vento del cambiamento che aveva attraversato la scorsa competizione amministrativa non si è esaurito. I casi di Palermo e di Genova, con il successo di Orlando e Doria, ci parlano di una domanda di alternatività e discontinuità che è presente nell’elettorato progressista.
In questo contesto un ragionamento va fatto anche sulla FdS. Il risultato globale è di tenuta, attestandosi sui livelli raggiunti negli stessi comuni in occasione delle scorse elezioni regionali e cioè intorno  al 2.3 – 2,5%. L’approssimazione è d’obbligo, poiché la FDS in queste elezioni nei comuni capoluogo si è presentata in diversi casi con liste unitarie di sinistra, che peraltro hanno avuto un buon risultato. E’ il caso della Sicilia, dove il risultato ottenuto dalla lista con i Verdi che sosteneva Orlando è stato davvero rilevante, anche se non sufficiente a raggiungere e superare la soglia del 5% necessaria in questa regione per ottenere una rappresentanza. Buoni risultati hanno ottenuto anche altre liste unitarie in Sicilia. In ogni caso, questo risultato, in considerazione del fatto che si ottiene nei comuni e in realtà in cui la FDS di solito non presenta grandi potenziali elettorali, suona come una conferma indiretta di alcuni sondaggi positivi sul voto politico.
 In queste elezioni nei comuni capoluogo non si sono sperimentate solo liste unitarie di sinistra, ma anche coalizioni alternative al centro sinistra. Queste coalizioni, presenti in otto casi su 26, registrano andamenti diversi. Se nei casi siciliani, oltre che a quello di  Asti, i risultati sono più che lusinghieri, lo stesso non si può dire per altre realtà, come a Parma, a  Frosinone e in due città pugliesi, Brindisi e Taranto. In tutte queste realtà all’origine della rottura vi sono stati dissensi con il centro sinistra in ordine al perimetro dell’alleanza, per l’intenzione del PD di aprire la coalizione a forze centriste e in taluni casi di destra, ma anche per dissensi di merito sulle scelte politiche compiute nell’ambito amministrativo. I risultati qui sono scarsi e testimoniano di difficoltà nella costruzione di schieramenti alternativi adeguati. In ogni caso sono prevalsi anche in questa tornata elettorale le coalizioni di centro sinistra, il cui andamento riflette, in primo luogo, lo stato di salute della FDS nei vari territori. Buoni risultati si ottengono fra l’altro a Belluno,  Gorizia, Rieti, la Spezia, Como, Lucca, L'Aquila, Isernia. Maggiori difficoltà si riscontrano in altre realtà. Le differenze nei comportamenti registrano, alla fin fine,  peculiarità locali e i diversi gradi di radicamento delle forze della federazione.